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Start Act: la proposta di legge che può dare un boost al mondo delle startup

A cura di Andrea Di Camillo, Managing Partner di P101 SGR | 15 novembre 2018

Dallo Startup Act allo Start Act. Un nuovo quadro normativo (per ora solo una proposta di legge) che dovrebbe dare una “scossa all’ecosistema delle startup italiano” per dirla con le parole del suo firmatario, l’onorevole Mattia Mor. Una proposta che arriva a sei anni dalla prima normativa ad hoc, il Decreto-legge 179 dell’ottobre 2012 e che oggi, come allora, ha l’obiettivo di rendere l’Italia più competitiva, alimentando la sua parte più dinamica e innovativa e quella dove si crea occupazione: le startup, appunto. E vuole farlo, soprattutto attraverso una politica di forti incentivi agli investimenti.

Una buona proposta, dal punto di osservazione del venture capital, che amplia e approfondisce quanto già fatto nel 2012. E a darcene ragione sono i numeri contenuti in un report dell’Ocse dal titolo “La valutazione dello Startup Act italiano”. Lo Startup Act fu disegnato con l’intento dichiarato di creare un ambiente più favorevole alle startup innovative, dotandole di una serie di strumenti, tra cui una modalità di costituzione rapida e gratuita, una procedura di fallimento semplificata, incentivi fiscali per gli investimenti in equity e un sistema pubblico di garanzia per l’accesso al credito bancario. Un sistema che ha funzionato secondo l’Ocse, che scrive:

La policy consente alle imprese di aumentare il proprio fatturato, il valore aggiunto e gli attivi di circa il 10-15% rispetto alle startup simili che non ne hanno beneficiato, o che ne hanno beneficiato a uno stadio di sviluppo successivo. L’analisi empirica dimostra inoltre che le imprese iscritte hanno una maggiore probabilità di ottenere prestiti dalle banche [e] finanziamenti in capitale di rischio”.

Tuttavia, per quanto efficace, quella policy da sola non è stata sufficiente a garantire il successo delle startup – ma solo ad aumentarne la folla sul mercato. “Sono altresì necessarie riforme strutturali a carattere “orizzontale” a vantaggio dell’intera economia, come il miglioramento dell’efficienza della giustizia civile … e il contrasto della corruzione e dell’evasione fiscale” e ancora “La necessità di un’azione politica sinergica è legata a … la scarsità degli investimenti in capitale di rischio e la debolezza del mercato di sbocco interno per i beni e i servizi innovativi”, scrive l’Ocse.

E la proposta contenuta nello Start Act (visionabile qui) cerca, almeno per la parte del capitale di rischio, di colmare il gap. Lo fa principalmente attraverso gli incentivi fiscali sugli investimenti. In particolare, l’articolo 2 prevede, dal 2019, l’incremento da 1 a 2 milioni dell’importo massimo detraibile per gli investitori privati e da 1,8 a 4 milioni per le società che investono in startup e PMI innovative, fondi di venture capital, veicoli societari promossi da incubatori, acceleratori o business angel. Anche le aliquote di detrazione IRPEF e di deduzione IRES verrebbero aumentate dal 30 al 70%; e all’80% per gli investimenti dei dipendenti nelle iniziative di corporate venture capital. Inoltre, se le plusvalenze derivanti dalle partecipazioni al capitale di startup sono esentasse, per le minusvalenze è prevista la deducibilità fiscale del 50%. Ancora, viene introdotta la deducibilità fiscale del 70% delle spese sostenute per l’acquisizione di startup o PMI innovative entro 4 anni dalla compravendita, mentre la deducibilità sale al 90% per società innovative sottoposte a procedura fallimentare, a condizione che il rapporto di lavoro dei dipendenti continui con il cessionario.

Ma la proposta fa un passo successivo e nell’articolo 3 introduce incentivi fiscali specificamente rivolti allo sviluppo successivo delle startup: concedendo la possibilità di dedurre il 70% delle spese sostenute per la costituzione di fondi di corporate venture capital entro 4 anni dalla costituzione; e di godere dell’iper-ammortamento al 170% per l’acquisto di beni materiali nuovi e beni immateriali prodotti da startup, nonché per gli investimenti nei progetti di Open Innovation sviluppati in collaborazione con incubatori e/o uffici di trasferimento tecnologico.

All’articolo 4, ancora, è istituito un Fondo di fondi per la promozione degli investimenti in startup, che investa in co-matching al 50% in fondi dedicati al settore nella fase di seed, in fondi di VC italiani o esteri con attività in Italia.

Ancora, è l’articolo 5 a introdurre l’obbligo per fondi pensione e affini di investire lo 0,5% della raccolta (che equivale a circa 220 miliardi di euro) in fondi di Private Equity, Venture Capital, incubatori certificati italiani mentre, all’articolo 6, viene introdotto l’obbligo di indirizzare il 5% della raccolta dei PIR negli stessi fondi, con la possibilità di dedurre al 100% l’eventuale minusvalenza.

E poi il pubblico. All’articolo 7, è istituito un Fondo per lo sviluppo delle startup, con una dotazione di 40 milioni per ciascuno degli anni 2019, 2020 e 2021, volto a concedere sia finanziamenti a fondo perduto per progetti di investimento effettuati da soggetti non residenti che intendono costituire una startup in Italia (fino a 100.000 euro per progetto), sia cofinanziamenti al 50% delle iniziative degli enti territoriali in materia di digitale, startup, investimenti early stage, anche in collaborazione con soggetti internazionali.

L’ultima parte della proposta si concentra sul tema del lavoro. Che si vuole agevolare con la decontribuzione per le assunzioni a tempo indeterminato di nuovi dipendenti under 40 da parte di startup e PMI innovative, e con l’obbligo per le aziende di concedere un periodo di congedo ai propri lavoratori che costituiscono una startup o PMI innovativa o risultino impegnati in attività manageriali di questo tipo, oltre alla concessione di contributi a fondo perduto in forma di voucher per incentivare le consulenze da parte di temporary CEO, CFO, COO, CMO, e temporary digital manager.

Al fine di migliorare invece il contesto operativo in cui le startup e le PMI innovative espletano tutto il loro potenziale scientifico, tecnologico ed industriale, sono introdotte misure volte a facilitare l’accesso ai Big Data raccolti dalle amministrazioni pubbliche e da società e partecipate pubbliche. E si semplificano – anche in materia di proprietà intellettuale e brevetti – la costituzione e lo sviluppo di spin-off universitari, favorendo anche la partecipazione del personale degli atenei e dei centri di ricerca pubblici.

Insomma, previsioni, tutte, che vanno dritte al punto dello sviluppo dell’innovazione.