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PIR 2.0: sotto attacco prima ancora di partire

Redazione di NewsFromThePlatform | 15 novembre 2019

Gli ultimi chiarimenti l’Agenzia delle Entrate li ha forniti a metà luglio, ma i nuovi PIR, ufficializzati a maggio con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Decreto attuativo del 30 aprile 2019 di fatto sono ancora lettera morta.

E nel frattempo, secondo i dati di Assogestioni, da gennaio a giugno si sono registrati deflussi per 350 milioni di euro, proseguiti nel corso del terzo trimestre, per una perdita complessiva di masse stimata in 550 milioni circa (dopo i primi due anni in cui il patrimonio aveva superati i 15 miliardi). Un trend che le stime ritengono debba proseguire, vanificando, se non si agisce in fretta, quella che sulla carta appariva come un’ottima riforma a favore dell’ecosistema dell’innovazione. Ma come agire? Secondo Sestino Giacomoni, Vice Presidente della Commissione Finanze a Montecitorio “cancellando o almeno sospendendo” le nuove norme che “stanno di fatto danneggiando imprese e risparmiatori”: a tale scopo il deputato di FI ha da poco presentato una proposta di legge.

Noi riteniamo però che la nuova normativa, se effettivamente comprenderà nell’universo investibile il venture capital, vada nella giusta direzione perché i PIR sono nati per sostenere l’economia reale che prende forma anche dagli investimenti nelle aziende di più recente formazione o con un alto grado di innovazione tipiche dei portafogli di venture capital. Perché il mercato parta però è necessario lavorare insieme e il VC è pronto a supportare l’attività dei gestori PIR nel lancio dei nuovi prodotti. Che sono il segnale, secondo Fausto Boni, presidente di VC Hub, il think tank del nostro settore “del fatto che anche in Italia, dove a lungo a nessuno è mai importato del venture capital, le cose stanno cambiando. Aiutare le aziende fa crescere il Pil crea occupazione e ci rende più affidabili agli occhi degli investitori. I PIR 2.0 contribuiscono ad alimentare questo circolo virtuoso”.

Fin qui le opinioni. I fatti invece ci dicono che la principale novità dei PIR 2.0, com’è noto, sta nella composizione: salvo cambiamenti, i PIR di nuova costituzione dovranno investire il 3,5% dell’ammontare complessivo su AIM e un ulteriore 3,5% in quote o azioni di fondi per il Venture Capital o di fondi di fondi per il Venture Capital.

Più in dettaglio, si prevede che il 70% del valore del PIR (ovvero quella parte già destinata a strumenti di imprese italiane o con stabile organizzazione in Italia, di cui almeno il 30% non quotate su Ftse/Mib) sia investito:

  • per almeno il 5% in strumenti finanziari quotati suisistemi multilaterali di negoziazione (es. AIM Italia per le azioni e ExtraMot Pro per le obbligazioni), emessi da PMI ammissibili;
  • per almeno il 5% in quote o azioni di fondi/fondi di fondi per il Venture Capital, residenti in Italia o in Stati membri UE o aderenti all’Accordo sullo Spazio Economico Europeo.

I nuovi vincoli, secondo i critici, rendono complesso costruire un portafoglio performante che rispetti tutti i requisiti e, se il rendimento è nullo o negativo, questo rischia di annullare anche il vantaggio generato dall’esenzione fiscale riservata agli investitori. Le complessità sono in effetti diverse: le PMI ammissibili sono, secondo la definizione della raccomandazione 2003/361/CE della Commissione UE, imprese che occupano meno di 250 persone, il cui fatturato annuo non superi i 50 milioni di euro oppure il cui totale di bilancio annuo non superi i 43 milioni.

In più, la legge italiana specifica che, per entrare nel PIR 2.0, le PMI devono non aver mai operato in alcun mercato finanziario oppure essere attive da meno di 7 anni e ognuna non dovrà ricevere risorse finanziarie per un ammontare totale superiore ai 15 milioni di euro, come previsto dalla normativa sugli aiuti di stato.

Questi vincoli sono considerati eccessivi e rischierebbero dunque di far esplodere la bolla dei PIR, che nei primi due anni di attività hanno raccolto circa 15 miliardi di euro, per poi subire una battuta d’arresto da inizio 2019 in termini di flussi in entrata proprio per l’incertezza intorno alle nuove regole. E questo nonostante i rendimenti abbiano avuto un balzo, arrivando in molti casi a toccare la doppia cifra.

In effetti, già attualmente, secondo i calcoli della società di consulenza IrTop, i PIR detengono il 25% del flottante delle società di AIM Italia e i nuovi requisiti limitano l’Universo investibile sul listino alternativo a 50 dei circa 120 nomi presenti. Sul fronte del Venture, la situazione è altrettanto complessa e alcune case di affari non riescono a essere compliant con la normativa perché non hanno le competenze per investire in strumenti non quotati e dunque hanno smesso di emettere nuovi PIR.

Tuttavia, ne siamo convinti, creando le giuste sinergie il mercato può riprendere la sua traiettoria in crescita. Imprimendo anche al VC e all’economia del Paese la necessaria accelerazione per uscire dal pantano in cui siamo ancora immersi. Ipotizzando che la raccolta dei PIR possa tornare sui livelli di 10 miliardi all’anno – com’è stato nel 2017 – il 3,5% destinato al Venture Capital significherebbe 350 milioni, che andrebbero ad alimentare un ecosistema che ha bisogno, dopo il cambio di passo del 2018, di crescere ancora. E, in definitiva, andando a incidere sulla crescita delle imprese e dunque del PIL.