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N26, Doctolib, Vinted: la carica degli unicorni europei avanza. Ora servono azioni che armonizzino le normative

A cura di Giuseppe Donvito, Partner P101 | 30 novembre 2020

L’ecosistema delle start-up europee corre veloce, ma per chiudere il gap con gli USA – mentre l’Asia incalza macinando record – serve ora un’azione politica unitaria.

È innanzitutto cruciale una maggiore armonizzazione delle normative a livello europeo. Questo presuppone che il regolatore europeo assuma una posizione univoca e focalizzata a favore delle start-up, con norme ad hoc che valgano per tutti i Paesi dell’UE. Ma deve cambiare l’approccio: non sono utili finanziamenti a pioggia ma è necessario assumersi dei rischi, puntando sulle start-up che hanno maggior successo di poter diventare scale-up e ambire alla dimensione di unicorni. Per riconoscerle, bisogna guardare alla qualità del management: più è dotato di un mindset internazionale, più sarà abile ad attrarre risorse finanziarie ingenti e provenienti anche da Paesi diversi da quelli in cui ha sede la stessa start-up.

In questo modo saremmo in grado di annullare il ritardo strutturale dell’Europa che non dipende da minori capacità imprenditoriali né da mancanza di tecnologie evolute, ma dalle caratteristiche precipue del continente: un coacervo di culture e Stati autonomi e indipendenti che comporta, per ogni start-up che punti alla crescita, di replicare il modello di business per ciascuno dei Paesi nel quale vuole testare il mercato. Per avere un bacino simile a quello degli Usa, a conti fatti, una start-up dovrebbe estendere il proprio raggio d’azione all’intera Europa UE. Un’impresa complessa, evidentemente.

Che l’universo degli unicorni sempre più popolato anche nel Vecchio Continente e cresca a un ritmo frenetico, come rileva il report di McKinsey “Europe’s start-up ecosystem: Heating up, but still facing challenges”, è dunque un dato da festeggiare. Il trend si è accelerato in tempi recenti: delle 99 start-up VC-backed d’Europa, diventate finora società da un miliardo di valorizzazione, 14 hanno compiuto la metamorfosi nel solo 2019. E nella lista compaiono nomi noti sulla scena internazionale, come la banca digitale tedesca N26, il servizio di schedulazione virtuale sanitaria francese Doctolib e il marketplace lituano di abiti usati Vinted.

Tuttavia, in media, le start-up europee sono ancora le meno presenti nell’arena globale e quelle che ricevono minori finanziamenti, oltre ad avere una probabilità inferiore di completare il loro ciclo di vita, che sia in termini di ottenimento di funding di serie C (quelli che in media portano la dimensione da start-up a scale-up) o di exit attraverso quotazione o cessione.

L’Europa genera il 36% di tutte le start-up, ma solo il 14% degli unicorni. Al confronto, dagli USA derivano il 45% delle start-up globali e il 50% degli unicorni; per non dire dell’Asia che produce il 17% delle start-up e il 33% degli unicorni.

In proporzione rispetto alla popolazione e al PIL, il numero di start-up in fase di seed che l’Europa genera è pari al 40% di quello degli USA.

Storicamente, l’ecosistema europeo è stato meno efficace di quello degli Stati Uniti nel condurre le

start-up nelle fasi avanzate di sviluppo. Analizzando le start-up che hanno ricevuto finanziamenti seed o angel tra il 2009 e il 2014, McKinsey rileva che l’universo di quelle europee ha avuto in media il 30% in meno di probabilità di fare una exit, rispetto a quelle che avevano raccolto capitali early stage negli USA nello stesso intervallo temporale. Il che non vuol dire che i tassi di default siano superiori, ma solo che, ad un certo punto, le start-up europee si fermano. Ed è proprio questo il punto: i business sono validi, ma restano piccoli.

La spiegazione sta tutta nel fatto che il pool di valore interno è fortemente frammentato: l’Europa ha abbattuto formalmente i confini e ha aperto i suoi mercati, ma è ancora un melting pot di Paesi diversi con le proprie lingue, culture e governi. Questo ha effetti profondi sul focus che le start-up devono avere soprattutto nei primi anni della loro vita.

Ad esempio, i comportamenti dei clienti variano tra Paesi, il che significa che le aziende devono adeguare il marchio, le politiche di marketing, i canali di vendita a ciascun di essi. Anche la semplice constatazione che ci si rivolga a popoli diversi, ognuno con la sua lingua e cultura (anche in termini di abitudini di consumo e di pagamento) richiede uno sforzo ingente per ripensare, di fatto, modelli di business nuovi per ciascun Paese, con costi e tempi di gran lunga amplificati rispetto a quelli richiesti per lo sviluppo nel mercato statunitense. Ulteriori complicazioni derivano dal panorama normativo europeo, che, sebbene sia semplificato, è sia più rigoroso sia più frammentato di quello degli Stati Uniti. “A seconda del settore e delle normative verticali si osserva anche un’ampia variabilità”, osserva McKinsey.

Per ottenere valutazioni simili a quelle delle start-up USA, le europee dovrebbero di fatto compiere un percorso di internazionalizzazione, espandendosi rapidamente e contemporaneamente in 28 Paesi eterogenei. Ma questo spesso è eccessivamente costoso, quindi molte devono scegliere l’alternativa di rinunciare alla crescita. Pur essendo, spesso, più bravi degli altri. Tutto questo potrebbe cambiare se dal fronte istituzionale arrivasse un intervento di unificazione.