Mymenu: “Ecco come, puntando sulla qualità e dando valore ai driver, siamo diventati la più grande realtà italiana del food delivery”

Redazione di NewsFromThePlatform | 8 febbraio 2019

La storia di Mymenu, che cresce e innova puntando su clientela senior e business, in un settore che nel mondo è ancora lontano dal break-even. E che per il VC è una scommessa tutta ancora da giocare.

Non è solo la più grande realtà italiana nel settore del food delivery, Mymenu è soprattutto una start-up che ha scelto di andare controcorrente rispetto alla concorrenza, facendo meglio del mercato. “La nostra strategia è stata quella di puntare su una fascia di consumo medio-alta grazie a una selezione di ristoranti mirata a una clientela senior, mentre tutti gli altri stanno andando verso la democratizzazione del servizio. Così, se lo scontrino medio del comparto è intorno ai 20 euro, il nostro è di circa 38 euro. Questo si traduce in maggior marginalità sull’ordine e dunque maggior sostenibilità”, così racconta la storia “diversa” di Mymenu Giovanni Cavallo, trentenne fondatore di uno dei tre nuclei attorno a cui si è sviluppata l’attuale società.

Tutto inizia sei anni fa a Bologna dove Cavallo, insieme al socio Lorenzo Lelli, dà vita a Sgnam. Più o meno contemporaneamente nascevano le varie Foodora, Glovo, Deliveroo e Just Eat. E più o meno contemporaneamente a Padova Edoardo Tribuzio fondava la sua Mymenu. Startup complementari i cui fondatori nel febbraio 2017 si incontrano e decidono di unire le forze, ultimando il tutto a inizio 2018 con una fusione e decidendo di mantenere Mymenu nel medio termine come brand principale. Pochi mesi dopo arriva l’acquisizione del competitor milanese Bacchetteforchette, operazione che permette l’ingresso nel mercato più importante del food delivery italiano. Solo da qualche settimana l’operazione straordinaria è stata completata, integrando brand, team e tecnologia. Nel nuovo gruppo Lelli è CTO, responsabile dello sviluppo della piattaforma tecnologica; mentre Cavallo e Tribuzio sono rispettivamente Presidente e Amministratore delegato.

Ha origine in questo modo quella che sarebbe diventata una storia di successo in un settore che per i fondi di venture capital europei rappresenta ancora oggi una scommessa. E il motivo sta proprio nel fatto che nessuna delle società che ne fanno parte ha ancora raggiunto il punto di pareggio, dati i costi elevatissimi, in particolare quello del personale. Mymenu, partita in sordina e avanzata attraverso una serie di prove ed errori, anche con l’aiuto di P101 è riuscita a distinguersi: dall’incontro dei tre giovani imprenditori, infatti, la strada è stata tutta nel segno della crescita.

Nel 2018 abbiamo transato 5 milioni di euro, con una crescita importante rispetto al 2017. Attualmente abbiamo un team di circa 15 persone e ci avvaliamo di una rete di più di 600 drivers e 500 ristoranti super selezionati,” dice Cavallo.

Un business che si basa su alcuni capisaldi precisi. Il primo è proprio la selezione dei driver, che vengono scelti “uno a uno e hanno una retribuzione maggiore rispetto alla media italiana. Non è un caso che siamo leader al tavolo del governo in cui si dibatte alla ricerca della formula giusta per inquadrare questi lavoratori. Nel nostro caso l’obiettivo di una retribuzione adeguata è alla base della formulazione del rapporto lavorativo.” La piattaforma era stata la prima firmataria della Carta di Bologna sui diritti dei fattorini, un accordo d’avanguardia in Europa pensato per garantire, paga minima oraria, contratti trasparenti e assicurazione.

Il secondo pilastro è la qualità delle proposte culinarie. “I ristoranti che fanno parte del network rappresentano le due passioni alla base della creazione stessa della società: cibo e viaggi. Ristorazione di qualità e con offerte provenienti da tutto il mondo. Vogliamo raccontare una storia diversa rispetto ai nostri concorrenti che puntano ad allargarsi: noi abbiamo una nicchia e su quella vogliamo puntare,” spiega Cavallo.

Terzo pilastro: la clientela B2B. “Finora ci siamo dedicati al segmento B2C, in cui ci sono tematiche complesse di acquisizione cliente e ci si confronta con colossi internazionali. Con l’acquisizione di Bacchetteforchette siamo entrati nella fascia business, che ha una maggior frequenza di ordinazioni mensili e uno scontrino medio superiore: una chiave per una maggiore differenziazione e sostenibilità.

Quarto pilastro è l’espansione geografica, per arrivare a coprire quante più città italiane possibile. Mymenu oggi opera a Milano, Bologna, Padova, Modena, Verona e Brescia. Lo scontrino medio più alto lo realizza a Milano con 51 euro e 62 euro per la clientela business. Il modello è molto semplice: il ristorante affiliato paga una fee percentuale su ogni ordine oltre a un costo di consegna a carico del cliente finale. “Prima di arrivare a questa formula, abbiamo fatto un percorso sempre in evoluzione – continua a raccontare Cavallo – con Sgnam facevamo intermediazione, mettendo in connessione clientela e ristoranti che già consegnavano, ma non funzionava. Troppi costi che ci facevano essere costantemente in perdita. Così abbiamo fatto un passo indietro per farne dieci avanti. Sperimenta, fallisci, impara e ripeti: abbiamo fatto nostro il mantra della Silicon Valley e cerchiamo di applicarlo ad ogni nostro singolo processo.”

In questo contesto il Venture Capital di P101 non è stato unicamente una fonte di pianificazione finanziaria, “ma ci ha aiutati a strutturare l’organizzazione per supportare in modo attivo il nostro operato – conclude Cavallo – e di fatto a raggiungere gli obiettivi, guidandoci nel comprendere cosa desidera un consumatore tipo partendo da un’analisi dei dati che ne evidenzi il comportamento e conseguentemente nello sviluppo di una piattaforma creata per servirlo al meglio.” Insomma, il VC ha contribuito al successo di Mymenu portando nel business una finanza “umana”.