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Logistica: il fascino nascosto (ma non troppo) dell’innovazione

Antonio Perini, CEO e founder di Milkman | 27 gennaio 2016

“La logistica non è sexy”: ci sentiamo ripetere, di continuo.
“Voi non vendete abiti da sera o gadget futuribili, fate consegne a domicilio”: recita un adagio che sappiamo a memoria.

Subito saltano in mente immagini di furgoni malmessi, autisti con barba incolta che ti scaricano in mano pacchi, senza fare tanti complimenti. Sempre che si prendano la briga di suonare il citofono.
Altrimenti ti becchi l’avviso di giacenza e via che si parte verso qualche sede di periferia, navigatore alla mano, in quella terra di nessuno dove erbacce di campagna e cemento di città si litigano capannoni e parcheggi.

È una bugia: la bellezza si nasconde anche dietro la logistica.

Pensiamo ai droni che tra qualche anno trasporteranno i nostri acquisti zigzagando nel cielo: alle curve high-tech di Matternet, che già consegna medicine alle comunità più remote del Nepal o al fascino retro-futurista del robot Starship, uscito da un amalgama impossibile tra l’espressionismo di Metropolis e la pop art del Pianeta proibito.

Pensiamo a Startup come Koiki o PackagePeer, che trasformano gli abitanti di un quartiere in una rete social di ricezione e consegna, con tutte le opportunità umane che ne conseguono. Oppure ai backpackers di Entrusters, che si fanno carico di oggetti da portare da un continente all’altro e che possiamo scegliere di incontrare, con certa gradevole suspense da Specchio delle spie, nelle hall degli aeroporti o ai tavoli di un caffè in centro.

Pensiamo all’e-commerce dell’alta moda: oggi, nei vertiginosi grattacieli di Hong Kong, le ladies dell’alta società organizzano serate a base di champagne e acquisti online da provare, commentare, tenere o scartare. Tanto ci pensa il portiere a spedire i resi. A breve sarà il corriere, diventato fashion consultant, ad arrivare col nuovo guardaroba e offrire consigli (in Francia già succede, con gli at-home stylists di ChicTypes).

Pensiamo all’intuizione dei ragazzi londinesi di What3Words, che hanno dato un nome a ogni 9m2 del globo terrestre, permettendo ai corrieri di trovare le soglie di case costruite “dove le strade non hanno nome” (come cantavano gli U2).

Pensiamo, infine, alla moda del food delivery: non più pizza e kebab ma gourmet dai migliori ristoranti italiani, portati a casa in pochi minuti, grazie a una logistica le cui difficoltà nemmeno iniziamo a spiegare.

Tutte queste idee, app, oggetti o semplici rotte comunicano tra loro in un labirinto infinito di wi-fi e bluetooth, adsl e fibra, costruendo un universo e una lingua virtuali (l’IoT) che nemmeno William Gibson si sognava, scrivendo Neuromante.

Date retta a noi: il presente è più fantascientifico del futuro immaginato dai nostri padri.
E tutto ciò è dannatamente sexy.