Ob

L’Italia delle startup? Meglio delle attese: sfiora i 600 milioni a fine novembre

Andrea Di Camillo, Managing Partner di P101 SGR | 20 dicembre 2018

A metà anno avevamo pronosticato, suffragati da diverse fonti, un mercato degli investimenti in startup a quota mezzo miliardo di euro, un volume inusitato per il nostro Paese che ha sempre viaggiato nell’ordine dei 100 milioni. Ebbene la fine d’anno è arrivata ed è andata meglio delle attese.

La stima sull’Italia è contenuta nel report firmato da tre Osservatori del Politecnico di Milano (lo Startup Hi-Tech, lo Startup Intelligence e la Digital Transformation Academy). Secondo questi dati, a fine novembre l’ammontare investito in startup stazionava a 598 milioni di euro. Un numero in cui non erano compresi tre deal multimilionari della prima metà di dicembre, ovvero BeDimensional, MotorK e Buzzoole, che portano il totale sopra i 650 milioni. Insomma, è davvero l’anno della svolta in Italia, il momento in cui, come P101 aveva previsto, il VC italiano cambia il passo.

Intanto, perché rispetto al 2017, che si è chiuso a 331 milioni di euro, la crescita è rilevante: il mercato è raddoppiato. Dei circa 600 milioni rilevati dal Polimi a fine novembre, 215 arrivano da investitori formali (tra cui i VC, che hanno raddoppiato la propria quota rispetto ai 103 milioni del 2017), 154 da investitori informali e 229 da investitori internazionali. E per fine anno possiamo tranquillamente aspettarci un valore complessivo del mercato a 700 milioni: il che rende la soglia psicologica del miliardo davvero a un soffio.

Ma i cambiamenti non sono solo di ordine quantitativo, è la qualità dei deal che sta mutando. Per esempio, non esiste più la netta prevalenza di accordi di piccola dimensione, ma ci sono operazioni grandi a segnalare anche che, finalmente, si agisce anche nel late stage: “il consuntivo 2017 mostra come il 46% dei round superino la rappresentativa soglia del milione,” scrive il Polimi.

Ancora, gli investitori internazionali arrivano a supporto delle buone idee italiane: a novembre 2018 avevano portato circa 229 milioni, quasi il 73% dagli Usa, oltre il 23% dall’Europa e il 4% dalla Cina.

Fanno inoltre ben sperare, leggiamo nel report “alcune ulteriori rilevazioni… nell’anno sono nati diversi fondi con dotazioni superiori ai 100 milioni di euro” – come il nostro P102, con una capienza di 120 milioni  – “e molti VC hanno dichiarato di voler investire di più.”

Ora, bisogna continuare ad accelerare. Anche in presenza di una situazione macro che si va indebolendo, con il Pil che, dopo 14 trimestri positivi, nel terzo trimestre ha mostrato una contrazione (seppure solo dello 0,1%) e con la perdita di 52mila posti di lavoro nello stesso periodo rispetto al trimestre precedente (dati Istat). Numeri che incidono negativamente sulla fiducia, ma che non devono scoraggiare gli investitori in startup, unico vero motore della crescita futuribile. E soprattutto dell’occupazione. In Usa, secondo questo report di Kauffman Foundation, dal 1977 al 2005 l’industria tradizionale ha perso un milione di posti di lavoro all’anno, ma le nuove imprese, nel loro primo anno di vita, ne hanno creati in media 3 milioni.

La Legge di Bilancio 2019 ha stanziato 30 milioni di euro annui dal 2019 al 2021 per il “Fondo per il sostegno al Venture Capital”, e 5 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2022 al 2025. A cui dovrebbe aggiungersi una dotazione di ulteriori 15 milioni annui nel triennio ad hoc per lo sviluppo di Intelligenza Artificiale, Blockchain e Internet of Things: l’obiettivo dichiarato è di sostenere la competitività e la produttività del sistema economico. Forse poco, ma sicuramente un punto di partenza segnaletico di una tendenza che si vuole alimentare.

Anche perché, pur se finalmente cresce, il peso dell’Italia nel contesto europeo è ancora scarso. Il 2018 è stato infatti un anno record non solo per l’Italia ma anche per l’Europa: Secondo l’ultimo European Venture Report di PitchBook, pubblicato a metà dicembre, l’anno si chiuderà con una totale investito pari o superiore ai 19 miliardi di euro registrati nel 2017.

L’analisi mostra che, dei 4,5 miliardi di euro investiti nel terzo trimestre, 2,3 siano stati destinati nell’early stage e 2 miliardi nel late stage: negli Usa la proporzione è di uno a tre, segnale del fatto che nel VC europeo è ancora scarsa la capacità di stringere deal con valore superiore ai 100 milioni. Eppure, si affolla anche la popolazione degli unicorni europei: sono 61 e tra di esse 17 hanno raggiunto la soglia del miliardo di fatturato nel 2018 mentre 12 valgono più di 5 miliardi e 5 di esse più di 10.

Ancora più ottimista la stima di The State of European Tech, quarta edizione dei report presentato da Atomico in collaborazione con Slush, Orrick e Dealroom. Nell’European tech sono stati investiti 23 miliardi di dollari, rispetto ai 5 miliardi del 2013. Una crescita esponenziale che riguarda soprattutto le imprese tecnologiche, che hanno un ritmo di sviluppo di cinque volte più rapido di qualsiasi altro settore dell’economia dell’area e in cui la forza lavoro è aumentata del 4% contro l’1,1% della crescita generale dell’occupazione in Europa rispetto al 2017. E non è un caso che in Francia, dove il governo ha investito massicciamente nello sviluppo di un ecosistema delle startup, la crescita dei lavoratori dell’hi-tech si sia attestata al 7,3%.

Questa, senza dubbio, è la strada che anche l’Italia dovrebbe seguire.