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L’intervento pubblico per incentivare le startup? Sì, ma con misura

Redazione di NewsFromThePlatform | 13 dicembre 2018

I posti di lavoro? Negli Usa arrivano tutti dalle start up. Lo afferma, tra gli altri, un recente rapporto della Kauffman Foundation. Ma è un trend che l’Ocse rileva da circa venti anni: la big corporate taglia i dipendenti, mentre ad assumere sono pmi innovative e start up. Un’evidenza che rende oltremodo chiara l’emergenza di una politica per le start up.

Che in Italia è rappresentata a oggi dallo Startup Act, la legge italiana che dal 2012 stabilisce una practice per sostenere le startup innovative (ne abbiamo parlato in questo post, immaginando le possibili evoluzioni sulla base della proposta di aggiornamento oggi in discussione al Parlamento). Che contiene molti elementi di innovazione normativa e va in una direzione diversa dal mero finanziamento pubblico. Una misura che ha dimostrato di non funzionare come volano di crescita del VC e anzi, se usato senza criterio, di poter avere un effetto inibitorio. Lo pensiamo noi di P101, ma lo afferma in uno studio di valutazione dello Startup Act, anche l’Ocse.

Prima di spiegarne in dettaglio il perché, vediamo come affronta la questione la nuova legge di bilancio che alle start up assegna una certa quantità di fondi. Le novità sono nell’articolo 19 della Legge di Bilancio 2019.

La prima è l’istituzione presso il MISE di un “Fondo per il sostegno al Venture Capital”, con una dotazione di 30 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2019 al 2021 e di 5 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2022 al 2025, che possa investire a sua volta in Fondi di VC.

Un fondo piccolo ma che potrebbe fare da driver della crescita di un mercato ancora sottosviluppato rispetto agli omologhi europei. Contestualmente a questa nuova apertura, l’articolo 19 prevede la chiusura del fallimentare fondo Balcani istituito nel 2001 e solo scarsamente utilizzato dagli imprenditori del Triveneto a cui era dedicato. Prevista la chiusura anche del Fondo Start up istituito nel 2009, anch’esso scarsamente utilizzato. I due vecchi fondi avevano una dotazione ciascuno di 2,5 milioni che sarà assegnata al bilancio dello Stato.

 A Intelligenza Artificiale, Blockchain e Internet of Things, il comma 20 prevede di dedicare un fondo ad hoc con una dotazione di 15 milioni di euro per ciascuno degli anni 2019, 2020 e 2021: l’obiettivo dichiarato è di sostenere la competitività e la produttività del sistema economico. Intanto a fine ottobre, il Cipe, ha assegnato 100 milioni di euro per lo sviluppo delle medesime tecnologie abilitanti.

I fondi serviranno? Forse, molto dipende da come saranno usati. Di certo, l’accento su una politica industriale per VC e start up è importante.

Lo conferma ancora l’Ocse, secondo cui gli effetti dello Startup Act sono stati a oggi positivi, anche alla luce del costo relativamente contenuto della policy. La quale ha consentito alle startup che ne hanno fatto ricorso di aumentare del 10-15% in più il fatturato, il valore aggiunto e gli asset, rispetto alle omologhe che della legge non hanno beneficiato. “L’accesso al credito, inoltre, ha amplificato in modo significativo l’entità degli effetti, soprattutto per le imprese che hanno beneficiato del Fondo di Garanzia per le PMI, e in maniera meno netta per quelle che prediligono l’equity” scrive l’Ocse.

Ci sono poi delle coincidenze che l’Organizzazione non ritiene debbano essere considerate causali, ma che vale la pena segnalare in quanto significative: come quella che evidenzia che “la policy è associata a un numero più elevato di operazioni di VC e a una maggiore probabilità a livello di impresa di ricevere VC entro i primi tre anni di vita. Tuttavia, non vi è evidenza di un aumento della dimensione complessiva del mercato nazionale del VC.

Dunque, è possibile, sicuramente, migliorare le cose. Come? In estrema sintesi, ponderando bene l’intervento pubblico nel mondo delle startup: l’intervento pubblico può essere utile nella fase di sviluppo embrionale del mercato ma che, se eccessivo, può avere anche un effetto boomerang.

Ulteriori investimenti in fondi di VC, sostenuti anche attraverso un intervento pubblico, sono raccomandati anche come possibile soluzione al persistente e marcato sottodimensionamento del mercato del VC in Italia, anche alla luce delle esperienze positive di altri Paesi”, scrive l’Ocse nel rapporto. L’intervento pubblico è giustificato anche “dall’esistenza di fallimenti di mercato del VC privato e dalla mancanza di una massa critica“, ma non è esente da rischi. I maggiori sono la possibilità di saturare il mercato e di spiazzare gli investimenti privati. Pertanto, nel caso italiano “tale strategia dovrebbe essere accompagnata da politiche complementari e sinergiche, volte a facilitare l’accesso al mercato e ad eliminare le barriere alla crescita per le nuove imprese ad alto potenziale.”

Dunque, al di là del finanziamento pubblico, quello che andrebbe cambiato in Italia è l’atteggiamento “culturale” refrattario all’innovazione, oltre “alla mancanza di advocacy nel dibattito pubblico. Mentre in Paesi come gli Stati Uniti e la Francia le associazioni dell’imprenditorialità innovativa stanno diventando sempre più influenti, in Italia il dibattito politico sembra essere molto più sensibile alle esigenze degli operatori già presenti sul mercato che attraversano un periodo di difficoltà temporanea – o a volte addirittura cronica – piuttosto che a quelle delle giovani imprese.” È dunque un cambiamento culturale quello che si richiede in maniera forte, a partire dal fronte istituzionale. Ma non solo. L’Ocse sottolinea la necessità di bilanciare il ricorso al finanziamento di debito con quello in equity. “Mentre la grande maggioranza delle startup sembra beneficiare in misura sostanziale del fondo pubblico di garanzia per i prestiti bancari, la letteratura economica suggerisce che il finanziamento in equity è più adatto alle startup innovative ad alto potenziale di crescita e ad alto rischio.” La concessione di garanzie sui debiti dovrebbe pertanto essere attentamente monitorata e valutata, sia perché impiega una quantità considerevole di risorse pubbliche, sia per evitare che un accesso più agevole al credito rispetto all’equity possa indurre le startup ad alto potenziale a optare per un percorso di crescita più lento. E non è un caso che, come dimostrano anche studi accademici, una volta che le startup accedono al credito garantito, hanno in seguito più difficoltà ad attrarre finanziamenti in venture capital.

In ogni caso, neppure un’efficace e completa politica per le startup basta per creare un ambiente favorevole all’imprenditorialità innovativa. Le riforme orizzontali sono in proporzione ancora più vantaggiose. “L’inefficienza del sistema giudiziario è un esempio tipico di una debolezza italiana che, se adeguatamente affrontata con riforme efficaci, attiverebbe in modo significativo il potenziale di crescita delle startup innovative”, conclude Ocse. E non ci sono dubbi: senza un habitat favorevole e senza un cambiamento culturale – i due maggiori punti deboli dell’ecosistema italiano – fare nuove imprese e fare VC sarà sempre complesso.