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La ricetta per far volare il VC in Italia? Snellire la burocrazia

Redazione di NewsFromThePlatform | 10 luglio 2019

«L’Italia sconta un ritardo strutturale nel Venture Capital, per cui ha accumulato uno svantaggio sia dal punto di vista dimensionale sia da quello normativo. Ma, almeno sul primo fronte, stiamo recuperando terreno. Più lentamente sul secondo, ma qualcosa si muove all’orizzonte». Alessio Conforti, Head of Institutional Client Relationships del Fondo europeo per gli investimenti (FEI), racconta a P101 lo stato dell’arte di un settore che sembra ormai pronto a diventare il vero driver dello sviluppo dell’economia italiana. E lo fa da un Osservatorio privilegiato: negli ultimi 20 anni, il FEI è stato il maggior erogatore di capitale di rischio e in particolare di VC a startup innovative, supportando il 41% delle attività complessive nel continente.

Nel 2018, l’ecosistema italiano dell’innovazione ha dato segnali di un cambio di passo in quantità e qualità. Potremmo dire che il FEI se ne era già accorto, se consideriamo che l’Italia ha sempre beneficiato di investimenti rilevanti da parte dell’istituzione.

Il FEI lavora con tutti i Paesi ma non segue una logica di quote: va alla ricerca delle migliori opportunità ovunque siano nel continente. Questo perché i fondi gestiti dal FEI hanno natura pubblica, essendo di derivazione o BEI o Commissione Europea. Dunque se le best practice sono in Italia andiamo là, andiamo ovunque ci sia commerciabilità e valore delle imprese.

Dunque l’Italia esprime un potenziale di innovazione interessante. Non è mai stato un problema di qualità delle imprese, il nostro.

No, ma da sempre sarebbero stati necessari momenti di knowledge sharing: bisogna trasferire la conoscenza della qualità delle startup presenti in Italia. Pur non avendo l’Italia ancora i volumi di Francia o Germania, per non dire del Regno Unito, è una realtà rilevante, lo è sempre stata, dal punto di vista qualitativo. E questo va comunicato.

Come funziona il meccanismo di investimento del FEI?

Per 25 anni il FEI ha effettuato la raccolta dei fondi per mandato sia degli Stati membri sia della BEI. Da settembre 2017 abbiamo invece iniziato a raccogliere anche con controparti private, come i fondi pensione e assicurazioni.

Il FEI è un investitore con doppia natura: abbiamo un orientamento commerciale, ma l’azionariato di base è pubblico al 90%; formato per il 60% da BEI e per il 30% dalla Commissione europea, e per la parte residua da privati come banche e istituzioni nazionali (per l’Italia Intesa Sanpaolo e CDP). Grazie a questa struttura riusciamo a tradurre in termini commerciali la volontà di coesione dell’Europa.

Più in concreto, dunque, come avviene un investimento dal momento in cui individuate una buona idea?

Il FEI opera intermediando i propri investimenti e fornisce capitale di rischio alle PMI, in particolare alle startup orientate alla tecnologia. Offre inoltre garanzie a istituzioni finanziarie, ad esempio le banche, a copertura dei loro prestiti alle PMI. Quindi opera sia lato equity sia debt, ma, non essendo una banca, investe attraverso banche e altri soggetti d’intermediazione finanziaria, come i fondi VC.

Come scegliete i fondi di VC meritevoli?

Attraverso un processo di due diligence. E notiamo che, se da un punto di vista delle startup in Italia c’è sempre stato un forte fermento, questa spinta è canalizzata attraverso professionalità come quelle di P101 che riescono a emergere in un panorama che non è più solo domestico. P101 ha superato il nostro processo di due diligence dimostrando di aver allineato i propri standard a quelli europei, e questo ha permesso di ricevere il finanziamento del FEI. Ma in generale tutti i soggetti aperti a migliorare strategia od obiettivi di crescita hanno sempre un dialogo con noi.

Il 2018 si è chiuso con un valore di 600 milioni di euro di investimenti, contro i 130 della media degli ultimi sei anni, e ha visto più deal di maggiori dimensioni. Cosa ne pensa?

Vediamo miglioramenti che ci fanno ben sperare: dobbiamo supportare l’Italia perché il percorso non si interrompa e diventi anzi uno strumento di crescita del Paese. Dal punto di vista del FEI, non possiamo obbligare nessuno ad allinearsi alle best practice, ma proviamo a far capire che l’analisi di due diligence che chiediamo ai fondi non è un’indagine, ma uno strumento utile ad apportare migliorie al business case stesso. Ed è essenziale affinché il VC cresca in termini di base. Il percorso è tuttavia molto lungo, perché passare ai numeri di Francia, Germania e Inghilterra implica un cambiamento di paradigma.

Nell’ultima Legge di Bilancio sono state tuttavia introdotte diverse misure per spingere il mercato: cosa ne pensa? E qual è la sua ricetta?

In Regno Unito la rapidità e i vincoli con cui si crea una startup sono facilitanti. In Italia, al di là delle misure mirate che possono essere anche efficaci nell’immediato, esistono zavorre burocratiche che impattano negativamente sulla effettiva crescita dell’ecosistema, mi riferisco all’amministrazione della giustizia, ai canali di accesso al capitale, alle regole di vigilanza. Tutte dinamiche che se non riusciamo a ottimizzare in maniera duratura ci impediranno di avere numeri molto più importanti nel VC e in generale come sistema Paese. Anche creare fondi con una capienza enorme che poi hanno difficoltà di assorbimento sul mercato può rivelarsi un boomerang: se la capienza del mercato è di 600 milioni, pensare a un progetto ambizioso da 4 miliardi può essere un nonsense. La priorità, a mio avviso, è facilitare prima la parte normativa per stimolare il mercato a muoversi e gli investitori anche internazionali a sceglierlo sempre più.