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Il venture capital italiano pronto al raddoppio nel 2019

Redazione di NewsFromThePlatform | 28 agosto 2019

Sono 397 i milioni investiti in startup italiane o startup fondate da imprenditori italiani nei primi 6 mesi del 2019. Lo rileva StartupItalia! nel suo osservatorio periodico. E il venture capital continua a crescere, come mostra il confronto con l’anno precedente: il nostro terzo Report annuale sull’andamento del venture capital in Italia (realizzato in collaborazione con BeBeez) mostrava un valore complessivo di 480 milioni di euro di round annunciati nel 2018 dalle startup e scaleup italiane o fondate da italiani, contro i 144 milioni registrati nel 2017 (ne abbiamo parlato qui). Dunque, i primi sei mesi del 2019 hanno quasi eguagliato tutto lo scorso anno.

Prosegue anche il trend di riduzione del numero di deal a segnalarne la maggior dimensione individuale: i quasi 400 milioni di euro della prima metà del 2019 si sono distribuiti su 43 round e comprendono operazioni di crowdfunding per 24 milioni. A questo valore si aggiungono le exit milionarie di Viralize e Easy Welfare (16 milioni di euro la prima, acquisita al 100% da Vetrya,  precedentemente nel portafoglio di P101, e 53 milioni di euro la seconda). Nel 2018, oltre 408 dei 480 milioni di euro in round italiani avevano riguardato deal dai 3 milioni di euro in su (e 316 milioni suddivisi in round superiori ai 10 milioni). Questo trend indica che il VC italiano è finalmente in grado di finanziare anche la crescita e non solo l’avvio delle aziende innovative.

L’Italia sta recuperando, anche se molto lentamente, il gap con il resto del mondo (ma anche solo con l’Europa) dove, secondo l’ultimo report di Kpmg Venture Pulse il controvalore complessivo degli investimenti di venture ha raggiunto a giugno 2019 la cifra di 52,7 miliardi di dollari, sostanzialmente stabile, a cui vanno sommati i 53 miliardi del primo trimestre per avere una dimensione del mercato globale nei primi sei mesi dell’anno. A tirare il freno è il mercato asiatico che vede la Cina in pausa, dopo i mega deal registrati nei mesi precedenti, mentre gli investimenti in Europa e Stati Uniti restano consistenti.

Gli Stati Uniti in particolare confermano buoni numeri, con 64,1 miliardi di dollari investiti nel semestre, in settori disparati che includono la logistica, il food delivery, l’aerospace, la tecnologia, i beni di consumo durevoli, l’alimentazione alternativa alla carne, la tecnologia, l’AI e i veicoli a guida autonoma. Anche l’Europa continua a registrare record in termini di volumi investiti: 14,24 miliardi di dollari sommando i primi due trimestri. Di contro, il numero di operazioni continua a decrescere: solo 825, mentre erano state 958 nel primo trimestre. Questa contrazione è causata in Europa dalla difficoltà delle aziende early stage ad attrarre venture capitalist, ma il trend è in effetti globale: il numero delle operazioni di venture capital è calato per il quinto trimestre consecutivo, per un totale di 3.855 deal (più i 2.657 del primo trimestre, il valore più basso degli ultimi 31 trimestri).

Tuttavia, secondo Kpmg, “la forza del Vecchio Continente continua ad essere la diversificazione degli hub dell’innovazione. Oltre al Regno Unito, che ha raggiunto picchi record, si è registrata la crescita consistente di investimenti nei Paesi del Nord Europa, in Francia, in Spagna e in Polonia, insieme agli investimenti robusti dei centri di innovazione più affermati come Israele e Germania”. E, ovviamente, volumi record a fronte di minori deal significano singole operazioni più grosse, tanto che la concentrazione degli investimenti nel secondo trimestre è molto elevata: degli 8,74 miliardi totali, ben 3 miliardi sono confluiti nei primi 10 deal.

Secondo Kpmg, guardando al terzo trimestre, “a livello internazionale l’aspettativa è quella di veder proseguire il trend caratterizzato da un basso numero di operazioni principalmente in aziende in fase late stage, il che potrebbe influire sulla capacità di alcune società early stage di alta qualità di attrarre finanziamenti”. Non è, senza dubbio, un problema italiano dove, semmai, le società che devono ancora rinforzarsi e proliferare sono proprio le scale-up.