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“Dobbiamo trovare capitali per impedire agli startupper italiani di fuggire.” Enrico Noseda, partner di growITup racconta a P101 come funziona la piattaforma di incontro tra corporate e startup voluta da Microsoft

Redazione di NewsFromThePlatform | 28 settembre 2017

Un humus fertile di idee – 6mila startup attive – e di incubator – oltre 100 – con un valore del venture capital di appena 170 milioni di euro. È l’Italia, terra di santi, poeti e navigatori che però, come in epoche antiche, sono spesso costretti a emigrare per trovare finanziatori. Per fortuna qualcosa sta cambiando e lo testimoniano alcune novità, in particolare la nascita di piattaforme per stimolare l’innovazione del Paese. Piattaforme promosse da soggetti tradizionalmente outsider per il settore delle start up, ovvero le big corporate. è il caso di growITup, lanciata a luglio del 2016 per iniziativa di Microsoft. Ne parliamo con uno dei partner, Enrico Noseda.

Cos’è growITup?

Una piattaforma di incontro tra corporate e startup, in cui ha creduto proprio una big corporate. Microsoft ha investito nella piattaforma e poi questa si è dotata di capitale, ma questa è un’atra storia. La forza dirompente di questa iniziativa sta proprio nella scelta di una big corporate di farsi agente di innovazione puntando sulle startup.

Ci racconti cosa succede in questa piattaforma, che ormai ha più di un anno di vita.

In sintesi, una corporate diventa sponsor e finanzia una nuova impresa innovativa. Il processo inizia proprio quando la corporate ci racconta quali esigenze di innovazione ha e noi partiamo con la fase di scouting, sia con delle call dirette sul mercato sia dialogando con acceleratori e incubatori italiani.

Un esempio?

Con Generali abbiamo fatto la fase di briefing a fine luglio per cercare startup nel settore healthcare. Siamo partiti contattando gli acceleratori con cui lavoriamo e capendo se nel parco a nostra portata ci fossero soggetti interessati. Ci interessano startup nella fase post-seed, non vogliamo le idee, ma un’azienda già costituita per “accoppiarla” con una corporate.

Bene, abbiamo individuato le startup che fanno al caso della corporate. Poi che succede?

Facciamo uno screening accurato con i nostri solution partner, tra cui Microsoft e HPE che ci supportano sulle questioni tecnologiche, Accenture che fa consulenza sui modelli di business, Avanade, la joint venture tra Microsoft e Accenture che si occupa di aspetti di integrazione. Tra i partner abbiamo anche le business school di Polimi e Luiss. Quando abbiamo identificato le startup che colmano le esigenze di innovazione delle corporate, organizziamo un selection day, con circa 10 aziende innovative rilevanti, che fanno il pitch davanti alla corporate e anche alle altre corporate partner, tra cui ci sono Enel, Intesa, Terna, Barilla, Peroni, Luxottica, Alpitour. Ci piace spingere sui temi di open innovation, quando è possibile. E il dialogo tra corporate diverse oltre che con le startup dà vita spesso a scambi interessanti.

Cosa ci guadagnano le corporate e le startup?

Alla selezione finale arrivano due, tre, la massimo quattro startup che stringono accordi con la corporate. È un percorso in cui i due soggetti si contaminano supportati da noi e dai solution partner. Un percorso che cambia a seconda delle esigenze: la startup può diventare un partner commerciale, il rapporto si può concludere con un’acquisizione tecnologica. Non c’è una strada prefissata: il traguardo è quello in cui la corporate ha colmato le sue esigenze di innovazione e la startup ha compiuto un passo verso la scalata della crescita.

Lo scorso luglio avete annunciato anche un fondo da 100 milioni a supporto di growITup. Perché?

Quello è l’ultimo miglio: dopo aver fatto lo scouting, la selezione, il percorso, perché non investire nelle startup “promosse”? Così ci siamo dotati di un fondo da 100 milioni focalizzato sulle tecnologie.

Abbiamo esordito snocciolando i numeri del VC in Italia: tutti ragguardevoli tranne, appunto, quello sul valore dei finanziamenti. In Francia il VC vale 1,8 miliardi; 2,6 in Germania e 4,3 miliardi nel Regno Unito. Per non dire dei 7 miliardi di New York e dei 27 di San Francisco. In Italia con quale realtà ci dovremmo confrontare per capire dove possiamo arrivare?

Il valore del VC italiano è di 170 milioni e l’obiettivo è arrivare almeno a un miliardo nel 2020, i “nostri” cento milioni vanno esattamente in questa direzione. Come minimo dobbiamo chiudere il gap con la Spagna che è sui 500 milioni e non c’è un motivo al mondo per cui debba esserci questo divario. E poi avvicinarci alle dimensioni dei principali Paesi europei che ha citato. Il VC italiano inoltre è fatto da capitalisti italiani, ma così non è negli altri Paesi: in Europa la media degli autoctoni è inferiore al 50%. Il che ci dice che dobbiamo essere più bravi ad attrarre stranieri. Ancora: ho visionato recentemente dei numeri del Fondo Italiano d’Investimento che mostravano i flussi di migrazione degli startupper e l’Italia era l’unico Paese con i flussi negativi. Ma se vanno via, vuol dire che ci sono. In estrema sintesi, il bilancio è positivo: il VC italiano è un mercato molto immaturo, però sta stando forti segnali di crescita. E manifesta una tensione positiva: lo testimoniano eventi che stimolano l’incontro tra investitori e startup, come il Tech Tour che di recente si è tenuto a Roma o l’Italian Investment Showcase. In definitiva: stiamo lavorando tutti insieme per tenere in Italia gli startupper che altrimenti andrebbero via.