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Ecosistema dell’innovazione: gli imprenditori italiani fanno la propria parte?

Redazione di NewsFromThePlatform | 3 giugno 2019

“Insieme alle risorse finanziarie, le persone pronte a impegnarsi in una nuova iniziativa imprenditoriale sono un altro importante ingrediente di un fiorente ecosistema delle startup”, scrive Ocse in un report di valutazione dello Startup Act italiano (la policy comprende una serie di strumenti eterogenei volti a sostenere le startup innovative ed è diventata operativa alla fine del 2012, ne avevamo parlato qui).

Dunque, varrebbe la pena cercare di capire chi sono gli startupper italiani e se presentano caratteristiche diverse rispetto a quelli del resto d’Europa. Un aiuto per realizzare questo identikit ce lo offrono i dati di Crunchbase.

Il primo dato da sottolineare è che, almeno dal punto di vista quantitativo, non abbiamo nulla da invidiare al resto del mondo: di recente il Registro delle startup innovative ha superato la quota di 10mila unità (ne abbiamo parlato qui) e dunque, sicuramente, il bacino di innovazione da cui attingere è sempre più ampio e variegato.

Startupper, il background formativo

Vediamo invece cosa accade dal punto di vista della qualità. Secondo Crunchbase, in Italia solo il 10% dei fondatori di startup ha un PhD, un dato che tuttavia è in linea con quello europeo e globale; solo Belgio e Germania si discostano sensibilmente (rispettivamente al 18% e al 15%). Gli startupper che hanno un master Mba sono in Italia circa il 7% in linea con l’Olanda e vicino alla quota di Svezia e Belgio, ma molto distante dall’oltre 20% di Singapore e Spagna e Israele; mentre gli Usa si collocano intorno al 18%.

Cosa facevano prima, accademici vs imprenditori

In tutto il mondo è netta la prevalenza di startupper che provengono da una precedente esperienza imprenditoriale (tutti sono sopra il 20%) rispetto a quelli che hanno un background accademico, ovvero che hanno avuto una precedente esperienza lavorativa come professori, ricercatori o docenti (in tutti i paesi analizzati sono meno del 10%, solo in Belgio sono leggermente sopra). I primi, gli imprenditori seriali sono in Italia il 24% del totale degli startupper, il secondo invece sono il 6%. La percentuale di donne fondatrici di startup, pari all’11%, è leggermente superiore alla media.

Pochi studenti e pochissimi inventori

A distinguere però veramente i giovani imprenditori italiani dagli altri sono altri due parametri: ovvero la percentuale di studenti imprenditori – ossia di persone che hanno iniziato il loro percorso di studi universitario meno di quattro anni prima della costituzione della propria impresa – e quella di “inventori”, ovvero di detentori di brevetti prima della fondazione della startup. La percentuale di fondatori che sono anche inventori di brevetti, pari al 3%, è significativamente inferiore a quella della maggior parte degli altri Paesi: a titolo di esempio, la percentuale è pari al 15% in Israele e al 13% negli Stati Uniti e in Svezia. Quanto agli startupper studenti sono meno del 5%, leggermente superiore rispetto a Francia e Spagna, ma meno che nelle altre startup nation: intorno all’8% Belgio, Usa e Gran Bretagna. Anche Israele è intorno a questa quota, mentre il Canada si colloca al 10%.

Le conclusioni dell’Ocse: è l’offerta che va potenziata

Cosa suggeriscono i numeri? Secondo l’Ocse, “il fatto che sia gli studenti che gli inventori di brevetti siano sottorappresentati tra i creatori di startup, rispetto ai Paesi di confronto, può indicare una maggiore distanza tra gli istituti universitari e di ricerca italiani, da un lato, e le startup e l’imprenditorialità in generale, dall’altro”. Qualcosa si muove anche in questo ambito. Non è un caso infatti che per favorire il trasferimento tecnologico dell’innovazione, negli ultimi anni nell’ambito delle politiche di Industria 4.0 siano stati istituiti i cosiddetti Competence Center, enti pubblico/privati che dovrebbero agevolare il passaggio delle competenze da università a imprese per favorire la digitalizzazione. In sintesi, dunque, i dati analizzati, “suggeriscono che l’offerta di imprenditori innovativi non è molto diversa in Italia rispetto agli altri Paesi. Pertanto, l’esiguo numero di operazioni di venture capital in Italia sembra dipendere principalmente dalla mancanza di offerta di finanziamenti, piuttosto che da una mancanza di domanda in tal senso”.

Come abbiamo sottolineato recentemente, però, anche sul fronte dell’offerta di finanziamento, le cose stanno cambiando. Perché cresce il mercato del venture capital e c’è un intervento sempre più cospicuo anche da parte pubblica. Lo dimostra per esempio l’iniziativa congiunta Cdp e Fei che prende il nome di ITAtech: una piattaforma lanciata a dicembre 2016 con una dotazione inziale di 200 milioni di euro da utilizzare per il trasferimento tecnologico: ovvero per favorire, supportare, catalizzare e accelerare la commercializzazione della proprietà intellettuale ad elevato contenuto tecnologico e, più in generale, la traduzione dei risultati della ricerca in nuove idee d’impresa. A oggi i fondi lanciati sono quattro: Vertis Venture 3 Technology Transfer, con focus su Industrial leadership e societal challenges; Sofinnova Telethon, specializzato sulle life sciences; 360-PoliMI, che punta sull’advanced manufacturing, e Progress-TT, sulla sustainability. Il futuro, insomma, è sempre più roseo.