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Come la “digital disruption” deve indurre a ripensare i tradizionali modelli di business

Redazione di NewsFromThePlatform | 18 novembre 2015

Francisco Gonzalez, CEO della banca internazionale BBVA, ha affermato che il 50% delle banche potrebbe scomparire nei prossimi anni a causa della cosiddetta digital disruption nel settore fintech. L’ex CEO di Cisco ha dichiarato che il 40% delle aziende attuali non esisterà più nei prossimi 10 anni perché non riuscirà a sopravvivere alla rivoluzione digitale in atto.

Per comprendere al meglio ciò che sta accadendo basta qualche numero: nel 2003 Facebook e gli smartphone non esistevano e gli utenti internet erano circa 800 milioni. Oggi Facebook conta 1,4 miliardi di utenti, le subscriptions a smarthphone sono circa 2 miliardi e si contano circa 4 miliardi di utenti Internet. Ma non è solo un discorso di persone: ci sono oggi 5 miliardi di oggetti e dispositivi connessi in rete che, secondo Cisco, nel 2020 arriveranno a circa 50 miliardi. Tutto questo implica che ogni cosa o persona diventa connessa, che da queste connessioni si generano un’enorme quantità di dati e che tali dati, abilitati da software sempre più evoluti, forniscono al business ed alle imprese una sorta di “intelligenza” che va a permeare tutti i processi aziendali.

La rivoluzione digitale sta cambiando tutto, in tanti settori, in maniera radicale, ad una velocità impressionante. Aziende che fino a pochi anni fa vantavano solide leadership di mercato (si pensi a casi come Blockbuster), sono state travolte da nuovi entranti, capaci di attivare innovativi modelli digitali, “distruttivi” dell’esistente. La digital disruption ha abbassato le barriere all’ingresso in molti settori causando il collasso di relazioni consolidate e durature nel tempo (anche fra settori adiacenti). Come fatto notare da alcune società di consulenza strategica, la natura “plug and play” dell’asset digitale sta causando la disaggregazione della value chain, quindi agevolando l’ingresso di players focalizzati e veloci (tipicamente startup) in mercati storicamente dominati da incumbent che, per rigidità strutturali e costi elevati, fanno fatica a competere.

In un mondo digitalizzato il cliente è divenuto più informato ed esigente. Come risposta l’azienda deve a sua volta utilizzare ogni tipo di informazione per generare conoscenza utile a soddisfare il cliente, e questo lo fa utilizzando ad esempio tecniche di analisi predittiva o artificial intelligence, due nuove frontiere del digitale.

Nessun settore ne è esente, inclusi quelli high tech. La rivisitazione del business model dovrà ovviamente andare nella direzione della cosiddetta “digital economy”, ossia un’economia in cui i paradigmi tradizionali sono cambiati, i cicli tecnologici si accorciano sempre più e il valore viene creato sfruttando la crescente densità di interazioni fra business, persone e cose (cit. Gartner).

La “riaggregazione” della catena del valore, non necessariamente simile a quella originaria, potrà avvenire mediante l’utilizzo di interfacce digitali che ogni azienda dovrà costruire per connettersi e collaborare con altre parti dell’ecosistema. Occorre però fare una precisazione: per sopravvivere e accrescere il proprio valore, le aziende non dovranno modificare il proprio business model solo una volta ma lo dovranno fare in maniera continua e, se necessario, cercando di leggere la natura fluida della digital economy. Come evidenza Ray Wang, CEO presso Constellation Research, nel suo libro “Disrupting Digital Business”, non basta rendere i propri prodotti “mobili” o inserirli in un cloud!

Per essere competitivi in questi contesti tutti i player dovranno investire in infrastrutture IT flessibili e aperte all’integrazione di altri prodotti e servizi. Inoltre, queste evoluzioni si dovranno inevitabilmente riflettere nelle strutture organizzative e manageriali delle aziende che, dal Board in giù, dovranno assimilare e implementare una cultura digitale. All’interno delle strutture dovranno necessariamente essere presenti nuove figure, fra cui il CIO (Chief Innovation Officer), il CDO (Chief Data Officer) e questo, di nuovo, potrà scontrarsi con paradigmi e legacy tradizionali presenti in aziende consolidate.

Uno spunto finale: entro il 2017, secondo Gartner, il 70% dei business model digitali di successo sarà basato su processi deliberatamente instabili disegnati per adattarsi ai mutevoli bisogni del cliente finale. Entro il 2018 il 50% delle imprese affronteranno le novità, sfideranno lo status quo e si ingegneranno per superare la Big Change Revolution. Il risultato di tutto questo sarà la mutazione verso processi agili, adattabili e “supermanovrabili” in ottica customer-centric. Stiamo vivendo tutti in un’epoca di grandi cambiamenti e se non si vuole essere travolti dalla digital disruption non si può fare altro che abbracciarla come suggerisce James McQuivey, CMO di Forrester, nel suo video “Digital Disruption: Unleashing the Next Wave of Innovation”.