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Startup miliardarie e VC sempre più potenti: l’innovazione ora parla mandarino

Redazione di NewsFromThePlatform | 20 settembre 2018

Cina batte Usa. Nel secondo trimestre 2018 per la prima volta le startup del Celeste Impero hanno raccolto più capitali di quelle nordamericane: il 47% di tutto il volume investito dai VC contro il 35%. Lo rivela Crunchbase ed è solo uno dei numeri che inquadrano lo scenario prossimo futuro in tema di innovazione e capitale per la crescita, il cui fulcro è sempre più spostato a Oriente.

Innanzitutto, sono sempre di più le startup di successo diventate colossali dopo essere nate all’ombra della Grande Muraglia: Bytedance, aggregatore di notizie noto in Occidente per aver acquisito Musical.ly per circa 800 milioni di dollari nel corso dell’estate, vale 11 miliardi. Meituan-Dianping è un’altra cinese, nel settore dell’ecommerce, che gli analisti quotano a 30 miliardi. E ancora, Lu.com, con i suoi 18,5 miliardi di valore, è la più grande startup al mondo nel comparto del FinTech. L’headquarter è a Pechino, come quello di Didi-Chuxing, che opera nei servizi di trasporto on demand e incalza Uber grazie a una valutazione di 56 miliardi di dollari. Per non dire dell’intelligenza artificiale: settore in cui Sensetime, specializzata in computer vision e deep learning, è diventata la startup più importante del mondo, grazie a una valutazione di 4,5 miliardi di dollari.

Non si tratta di casi isolati: tutto ciò che ruota intorno al mondo dell’innovazione, della nuova imprenditorialità, delle tecnologie e delle idee disruptive sta migrando, a tassi sempre più violenti, verso il Celeste Impero. Secondo una ricerca di CB Insights, sono ancora gli Usa a guidare la classifica del Paese con la maggior percentuale di Unicorni, le startup che valgono oltre un miliardo. Ma da maggio 2017 a oggi la quota statunitense è calata del 7% passando al 47%. Contemporaneamente la Cina è passata dal 23% al 30% – e il trend prosegue ormai da oltre un decennio. Il resto degli Unicorni sono basati in Regno Unito (6%), India (4%) e Israele (2%), mentre nessun altro Paese ha almeno 4 startup con un valore superiore al miliardo. Si tratta in sostanza di una battaglia a due, dove lo sfidante è pronto al sorpasso.

Il venture capital, ovviamente, segue il vento dell’innovazione. Secondo il Venture Pulse Report di Kpmg, che si ferma al primo trimestre 2018, il dominio è ancora targato Silicon Valley, ma “gli investitori stanno guardando oltre, alla ricerca di opportunità di investimento” e nel primo trimestre si sono osservati “cinque mega round sopra il miliardo di dollari, tra cui due nel Sud-est asiatico.” Kpmg parla di record di investimenti nel 2017 rilevando un ammontare record di 157 miliardi di dollari e un significativo cambiamento nelle proporzioni: un quarto di secolo fa il 95% dei fondi di VC provenivano dagli Usa, oggi la quota è del 44% e l’Asia – che dieci anni fa appena faceva capolino – è salita al 40%.

La giapponese Softbank, con il suo Vision Fund da 100 miliardi, è ancora il maggior investitore di VC al mondo, ma la Cina risponde a suon di lanci miliardari per competere. Così, nell’ultima edizione della Forbes Midas List compare per la prima volta in cima un cittadino cinese (e altri 16 nella top-100): si tratta di “Neil Shen, fondatore e managing partner di Sequoia Capital China, che ha investito in colossi cinesi come JD.com e Alibaba. Al secondo posto Bill Gurley, uno degli investitori più noti e più controversi di Uber”, scrive Forbes.

Com’è possibile che il Paese della produzione a basso costo, un regime dittatoriale, dove non vige l’economia di mercato sia stato capace di tutto ciò? Grazie a una politica industriale dell’innovazione molto aggressiva, il cui intento, chiaro e dichiarato, è trasformarla nella prima potenza economica al mondo, entro il 2030, usando come testa d’ariete lo strumento dell’innovazione. E segnatamente sviluppando IoT, AI e Blockchain, i tre pilastri della quarta rivoluzione industriale. Il piano Made in China 2025 è uno dei capisaldi di questa strategia.

Ma l’ecosistema cinese delle startup ha mosso i primi passi nel 2014, con il piano “Imprenditoria e Innovazione di Massa” che dettava le linee guida per la nascita di una cultura per le startup ‘made in China’. Lo scorso luglio, il governo ha presentato le nuove linee guida per attrarre imprenditori stranieri snellendo le procedure e aumentando le agevolazioni per chi vuole impiantare la sua startup in territorio domestico. Più di recente è stato rafforzato il “National Technology leadership group”, che si occupa di sviluppare le strategie hi-tech. E intanto sorgono nuovi fondi di VC, a partecipazione statale, come il China New Era Technology, lanciato a luglio con una dotazione di 15 miliardi o il fondo nato dall’alleanza tra il VC di Stato Starquest (nato nel 2005 con 200 miliardi di dotazione), la filiale cinese di Sequoia Capital e il gruppo dell’e-commerce JD.com. Lanciato ad agosto, investirà 40 miliardi nei già citati settori strategici.

Grazie a questo commitment forte, dal 2014 sono nate in Cina 13 milioni di nuove imprese, 15.600 ogni mese (dati qui) e di fatto Pechino è diventata la più temibile concorrente della Silicon Valley nel primato della tecnologia.

Oltre a cambiare il significato della parola “scalare”: secondo Crunchbase, il round medio di una startup Usa è di 50 milioni, quello cinese circa il doppio. Nel 2017 i primi 20 round cinesi hanno raccolto 43 miliardi contro i 52 Usa – il sorpasso è vicino, considerando i ritmi di crescita cinesi. L’Italia? In media tutti i round degli ultimi dieci anni sfiorano solo il miliardo anche se la situazione sta finalmente cambiando. Fatte le dovute proporzioni e considerate le immense differenze, dalla lezione cinese possiamo imparare molto.