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Anche in Italia la corporate guarda alle startup

Redazione di NewsFromThePlatform | 6 novembre 2018

Musement, Octorate e Bauzaar: tre casi di partecipate di P101 acquisite da aziende consolidate. Sulla scorta del modello francese, anche in Italia le grandi imprese iniziano a rivolgersi al venture capital come motore di innovazione. E questo può fare la differenza per l’ecosistema

L’ultima in ordine di tempo è stata Musement. Entrata nell’orbita del colosso tedesco TUI Group, la piattaforma del tech travel con tutti i suoi servizi personalizzati per i turisti sarà accessibile a un pubblico potenziale di 20 milioni di nuovi clienti. Si tratta di un’operazione che fa entrare in uno dei maggiori tour operator mondiali l’innovazione disruptive di una start-up offrendo nel contempo ai piccoli player, che operano nella fornitura di tour e attrazioni, una platea vasta, altrimenti irraggiungibile (il 90% delle circa 350.000 aziende del settore fatturano meno di un milione di euro).

Ma non è l’unico caso. Nello stesso settore del turismo, a fine 2017, Octorate, innovativo servizio cloud all-in-one per gestire le prenotazioni, la fatturazione e le attività quotidiane di alberghi e strutture turistiche, era stato acquistato da Dylog Italia SpA, leader nazionale di sviluppo e distribuzione di applicazioni software. Un caso simile a quello che a inizio 2017 aveva visto il 42% di Bauzaar, e-commerce di prodotti per animali domestici, passare al gruppo Megamark, leader del sud Italia nella distribuzione organizzata con vendite al pubblico di 1 miliardo di euro e oltre 3.000 dipendenti.

Casi virtuosi in cui una corporate consolidata acquisisce una società del portafoglio di un fondo di venture capital: le tre start-up citate erano, infatti, tutte partecipate di P101.

Casi che, inoltre, segnalano che è in atto un cambio di passo nell’ecosistema delle start-up italiane. Innanzitutto perché si tratta di exit in un Paese che è posizionato solo all’8° posto nella classifica dei 15 paesi che dal 2010 al 2017 hanno avuto una maggiore attività in questo ambito, secondo lo studio “Startup M&As report 2017” della Fondazione “Mind the Bridge” e che dunque può finalmente aspirare a scalare la classifica.

Tali operazioni confermano la quadratura del cerchio nel settore di cui parliamo: in questa fase di sviluppo dell’ecosistema italiano, l’investimento di un grande gruppo industriale in innovazione esterna attraverso l’acquisizione di una VC-backed startup è uno dei più potenti volani della crescita. In mercati maturi come gli USA, l’innovazione di colossi come Facebook, Microsoft o Google passa attraverso l’acquisizione di start-up; nel mercato italiano, che è ancora in una fase iniziale di questo viaggio, guardare al portafoglio di un VC vuol dire evitare di pescare nel mare magnum delle start-up disponibili, con uno sforzo abnorme e non necessariamente produttivo di risultati. Scegliere in una rosa di attività già selezionate in maniera professionale consente alla corporate di introdurre al suo interno innovazioni disruptive che senza il vaglio critico dei VC non sarebbe probabilmente riuscita a individuare come tali, e di godere del lavoro di un intermediario che parla i linguaggi di due mondi diversi e tra di essi può mediare. Innescando un circolo virtuoso che inevitabilmente alimenta l’innovazione.

Se anche andiamo a guardare i dati relativi al corporate venture capital (CVC), che, nel mondo, nel 2017, ha toccato il valore record di 31 miliardi di dollari (in 1791 deal, con una crescita del 66% sul 2016, dati qui), notiamo che l’Italia ha appena una briciola di questo ammontare: 40 milioni, secondo i dati Crunchbase elaborati dall’Ocse e contenuti nel paper LA VALUTAZIONE DELLO “STARTUP ACT” ITALIANO (settembre 2018). Dunque, tra il 2007 e il 2016, in Europa, il Regno Unito è di gran lunga il principale beneficiario di investimenti di CVC e riceve circa 11,3 miliardi di dollari. Anche la Spagna fa meglio di noi: riceve una quota più di 10 volte superiore di CVC, e cioè 580 milioni di dollari.

Il CVC tuttavia, vale la pena ribadirlo, è solo una parte del complesso sistema che porta i capitali dalle corporate alle start-up e funziona meglio dove gli ecosistemi sono più maturi. Le corporate posso investire indirettamente in startup passando attraverso l’investimento dei fondi VC, e in questo l’Italia dovrebbe seguire il modello francese: in cui appunto le grandi aziende si approcciano alle start-up attraverso chi le seleziona per professione. Un caso su tutti è quello del fondo seed 360square di 360 Capital Partners che ha raccolto da Societé Générale, MAIF, Yves Rocher e Thuasne.

In Italia le esperienze simili si contano sulle dita di una mano. C’è il caso di  Cisco che ha investito 5 milioni di euro nel fondo Invitalia Ventures I, stretto collaborazioni con tutti i principali attori del settore, lanciando acceleratori e altre iniziative. GrowITup, invece, è una piattaforma di incontro tra corporate e start-up, lanciata a luglio del 2016 su iniziativa di Microsoft e di Fondazione Cariplo. Tra le corporate partner figurano i nomi di Enel, Intesa, Terna, Barilla, Peroni, CNH Industrial, Luxottica, Alpitour. La strada è lunga e lastricata di opportunità.